INTERVISTA A ERIK ORSENNA

Intervistatore: Lei ha studiato economia. Da dove l’ interesse per le parole, la lingua?
Orsenna: Ho studiato economia per motivi di responsabilità, perché volevo comprendere il funzionamento del mondo. Ma sono stato educato da mia madre nella passione per la storia e la lingua. Mi ha dato più parole che latte. Da quando avevo 6 – 7 anni sono stato in grado di raccontare storie. Non ne ho fatto la mia professione perchè volevo restare libero nella mia passione. Ho fatto tanti mestieri, il professore, l’economista, l’editore, il giornalista, il diplomatico. Adesso sono magistrato del consiglio di stato. Scrivo due ore ogni mattina, poi mi restano 22 ore di vita normale.

Intervistatore: Penso che lei si riferisca in particolare al francese, parlando dell’impoverimento della lingua, ma questo è vero per tutte le lingue, in ogni paese. A che cosa è dovuto, secondo lei?
Orsenna: Penso che l’impoverimento sia dappertutto, però è anche un po’ un’ impressione. Circa 100 anni fa metà dei francesi non parlava francese ma le diverse lingue regionali. E’ solo dalla fine degli anni ’30 che tutti parlano il francese. Non è vero quindi che c’ è un impoverimento globale dell lingua. Ci sono state, nello stesso tempo, una democratizzazione degli studi e una maggiore offerta di distrazioni con la televisione e, quando si passano 4 o 5 ore davanti alla TV, non si ha più tempo per leggere e il vocabolario declina. Quella contro l’impoverimento della lingua è una battaglia comune in tutti i paesi. Mi interessa che questo libro attragga l’ attenzione in ogni paese europeo ma anche in Corea o in Cina dove si parlano lingue completamente diverse. Restano uguali i problemi dell’ apprendimento e delle regole.

Intervistatore: E il problema dell’ imbastardimento della lingua?
Orsenna: C’ è sempre stata un’immissione di parole straniere nella lingua. Nel francese ci sono parole che derivano dal latino, ma anche dall’arabo, dallo spagnolo e dall’ inglese. Questo punto mi inquieta di meno del declino del vocabolario e dell’abbandono di certe forme grammaticali che corrispondono a forme della realtà.
Per esempio il congiuntivo, che è il regno del possibile. Nella testa di chi parla, abolendo il congiuntivo è sufficiente parlare perché il reale diventi possibile. E’ un’illusione ed è grave perché da qui nascono degenerazioni di ogni tipo, un po’ come succede ai giovani che vedono tanti omicidi in TV e poi trasferiscono quello che vedono nella realtà.

Intervistatore:  Muoiono 25 lingue all’ anno, lei dice. E i dialetti? Come si possono salvare?
Orsenna: Non so come si possano salvare le lingue. Sogno di un luogo dove le lingue possano essere conservate. Ci sono i musei per quadri e sculture, perché non un museo per le lingue? Una lingua che scompare significa la scomparsa di una cultura, travolta come da un’ondata.
Per le lingue europee potremmo risolvere in un modo semplice, imponendo che a scuola si insegni, oltre all’inglese, un’altra lingua europea. Per me sarebbe l’ ideale: in Europa si arriverebbe a far sì che ognuno parli la sua lingua e sia compreso da tutti. Questa è l’ Europa che mi piacerebbe.

Intervistatore:  Con il personaggio della signora Gergoni sembra che lei attribuisca alla scuola e al metodo di insegnamento la responsabilità principale per il disamore verso la lingua.
Orsenna: Non proprio del tutto. All’interno della scuola ci sono tre livelli: i teorici linguisti e poi, all’altro estremo, i professori che sono a contatto con gli studenti. Nel mezzo ci sono i teorici della pedagogia che non sono né universitari né istitutori.
Sono questi che impongono un gergo che non serve agli studenti. In Francia il mio libro ha suscitato una battaglia fra i teorici della pedagogia e i professori che utilizzano questo libro perché piace ai bambini. Cero non è sufficiente per imparare la lingua, ma dà la sensazione di che cosa sia la grammatica. Per questi professori sono un alleato, mentre sono un diavolo per i subteorici. Sono felici di avere questo tipo di nemici. Sia chiaro che a me piacciono le regole, ma le regole devono essere intessute insieme alle occasioni di libertà e alla libertà dell’espressione della fantasia.

Intervistatore:  Lei scrive che “nominare una cosa è creare” e infatti non dicono le Scritture “all’ inizio era il Verbo”?
Orsenna: Questo è il mio sentimento. Quando si passeggia in un giardino e non si conoscono i nomi dei fiori, si ha l’ impressione di una massa indifferenziata davanti a sé. Quando se ne conoscono i nomi, i fiori escono dall’ anonimato, esistono veramente. Come un amore che, se è muto, non è ancora nato.

Intervistatore:  Muore anche la letteratura insieme alla lingua?
Orsenna: Letteratura e lingua sono la stessa cosa. Gli scrittori scendono in strada per impossessarsi della lingua e delle parole. Io stesso vado nei paesi francofoni perché questi diano una scossa dal mio vecchio francese, un colpo di novità. Per questo lingua e letteratura sono la stessa cosa

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